E-government: la cultura degli alibi ci impedisce di imparare


Nelle scorse settimane il World Economic Forum ha pubblicato il “Global Information Technology Report” relativo al periodo 2010-2011; come di consueto, nel rapporto è contenuta la graduatoria relativa al Networked Readiness Index di ben 138 Paesi.
Purtroppo, come da diversi anni a questa parte, nessuna buona notizia per l’Italia: il nostro Paese è molto indietro nella classifica generale (un 51° posto su 138 molto poco onorevole, se solo si ha riguardo che l’Italia è una delle otto maggiori economie del Mondo) e non si tratta di un caso episodico; anzi, nel corso degli ultimi anni il trend del nostro Paese è decisamente negativo (ben 9 posizioni perse in soli tre anni).
Se poi si leggono i dati specifici che riguardano la Pubblica Amministrazione, si comprende come una delle maggiori cause dell’arretratezza italiana sia proprio da andare a ricercare nel settore pubblico (115° posto per l’efficacia complessiva delle politiche pubbliche, 76° posto per l’utilizzo delle tecnologie nell’Amministrazione, 104° posto per importanza dell’IT nell’azione di governo).

The Global Information Technology Report 2010-2011

Il fatto che tutto questo arrivi dopo numerosi interventi, anche normativi, in materia di innovazione deve fare riflettere sugli errori commessi nel nostro Paese.
Due, in particolare, sembrano i più gravi. Il nostro legislatore non solo continua lungo la strada della c.d. “informatica parallela”, replicando nel digitale gli stessi schemi burocratici del cartaceo, ma insiste nel basare l’innovazione del settore pubblico su strumenti che hanno dimostrato di non essere efficaci e che in altri Paesi non vengono affatto utilizzati (basti pensare alla firma digitale e alla posta elettronica certificata).
Il risultato è che le nostre leggi sono assolutamente “originali”, sulla carta garantiscono un elevatissimo livello di sicurezza, ma – nella pratica – sono poco rispettate.
Altro vizio del nostro legislatore è quello di essere autarchico e di non voler seguire le buone prassi che si affermano a livello internazionale, come quella dell’Open Data. Con tale termine, come noto, si intende la pratica che consiste nel rendere i dati delle pubbliche amministrazioni accessibili a tutti sul Web, in formato aperto, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione. Ebbene, nel corso degli ultimi 16 mesi (proprio mentre il Governo era occupato a decidere quanti tipi di firma digitale inserire nel nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale) questa pratica, partendo dagli Stati Uniti, si è affermata in tutto il mondo (non solo in Paesi tradizionalmente evoluti come UK, Canada e Australia, ma anche in paesi “insospettabili” come Grecia, Kenya, Georgia). Anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel rapporto 2010 sullo stato dell’E-government nel mondo, ha raccomandato l’adozione di modelli amministrativi di questo tipo, ma l’Italia è rimasta completamente sorda a questo appello.

Altro elemento che differenzia l’Italia dal resto del Mondo è quello relativo ai tempi con cui si attuano le riforme in materia di innovazione del settore pubblico. Ad esempio, negli USA, Obama ha previsto che gli Enti mettessero on line tutti i propri dati nel termine di 45 giorni mentre, in Italia, il nuovo CAD dispone che per la predisposizione di un piano di disaster recovery ci vogliano 15 mesi: se è troppo lenta non è vera innovazione.

Nello scrivere questo post, mi sono meravigliato dei pochissimi commenti alla posizione dell’Italia nel rapporto del WEF, frutto della “cultura degli alibi” che è molto diffusa nel nostro Paese; molto spesso in questi mesi, quando parlavo di Open Government mi sono sentito dire “ma qui da noi non funzionerebbe” oppure “in Italia l’Amministrazione è molto più complessa” o ancora “l‘età dei dirigenti pubblici in Italia è più alta rispetto a quella degli altri Paesi“. In poche parole, esiste sempre un motivo per non mettere tutto in discussione, per non provare ad imparare dalle buone prassi delle altre nazioni, per non stupirsi delle posizioni negative nelle classifiche internazionali.

Credo che uno dei veri problemi dell’innovazione nel nostro Paese sia proprio questa “cultura dell’alibi” che ci impedisce di essere ambiziosi; del resto Elias Canetti diceva che “si impara solamente da coloro che sono in tutto diversi da noi”.

2 commenti su “E-government: la cultura degli alibi ci impedisce di imparare

  1. L’analisi impietosa del rapporto non può che segnalare ancora una volta l’urgenza per una riforma della PA italiana. Per certo occorre una strategia che prima punti a rendere più vantaggioso per tutti, dipendenti pubblici inclusi, il passaggio al digitale, quello vero. Si sarebbe dovuto introdurre in forma diffusa il protocollo elettronico, ricordo tuttavia che molte amministrazioni fecero spallucce perché non erano previste né sanzioni né vantaggi. Inoltre il protocollo informatico richiedeva il ripensamento dell’organizzazione della macchina organizzativa, ridisegno che da nessuna parte è stato affrontato, anzi il tutto è stato visto come un ulteriore aggravio della già farraginosa burocrazia.
    Sui vantaggi dobbiamo soffermarci.
    Ricordo che lo Stato di NewYork per spingere i cittadini all’uso dei servizi on-line praticò degli sconti (non simbolici) sul costo dei servizi (ad esempio il rilascio della patente). Se qui da noi ti servi di Lottomatica paghi balzelli indecenti, se paghi un bollettino di conto corrente postale on-line ti costa 1 euro, se lo paghi attraverso una banca ti costa 2,5 € più l’eventuale costo bancario quando in entrambi i casi i costi sono di meno di un centesimo a transazione. Non si può pagare nessun servizio pubblico con il bancomat o con la carta di credito. La loro diffusione (se non l’obbligatorietà) sarebbe un grandissimo colpo all’evasione fiscale ad esempio. I servizi on-line sono visti come una nuova mucca da mungere e non l’unica strada per rivoluzionare la PA. La tecnologia per risolvere il problema di casa nostra è di secondo livello e forse bisognerebbe pensionare anticipatamente tutti coloro che hanno superato i cinquanta anni! Draconiana come proposta, ma credo che se non ci sono persone ricettive anche la miglior tecnologia risulta inefficace ed inefficiente!

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