26 Novembre 2014 diario

Se gli spettatori se ne vanno


Immancabili, dopo le regionali, sono tornate le discussioni sull’astensione sempre crescente.
È una tendenza internazionale”, dicono alcuni. Per altri, invece, la colpa è dei partiti politici (maggioranza o opposizione, a seconda dell’appartenenza a questo o quel movimento) che non sarebbero capaci di intercettare gli elettori. Come se davvero tutto ciò dipendesse solo dagli slogan delle campagne elettorali.
Discussioni che, tra qualche giorno, riporremo nel cassetto… in attesa del prossimo dato sull’affluenza.

Discussioni vecchie, riflessioni vecchie, soluzioni vecchie.

E se, invece, l’astensione fosse il segnale della crisi (ormai conclamata) della democrazia rappresentativa per come l’abbiamo conosciuta fin qui? Mi viene naturale pensare che una delle cause della disaffezione sia rappresentata dal fatto che ai cittadini non basta più essere rinchiusi nel recinto delle consultazioni elettorali, come dimostra il semplice maggiore fermento di associazioni, comitati, community.
Nella società dell’informazione e del crowdsourcing, la democrazia deve abbandonare gli strumenti ottocenteschi (che prevedono solo un giudizio al termine di un mandato) per consentire la partecipazione continua alle decisioni, anche attraverso il Web (con consultazioni, petizioni, ecc).

Michael Moore ha detto che “la democrazia non è uno sport da spettatori.” Se partiti e istituzioni trattano i cittadini da spettatori, finisce che questi se ne vanno e lasciano le sedie vuote.

2 commenti su “Se gli spettatori se ne vanno

  1. Ci sono movimenti politici che hanno fatto della consultazione sul web il loro cavallo di battaglia, non hanno (più) portato affluenza alle urne a proprio favore.

    Io dico che la democrazia diretta è peggio ancora di quella indiretta. Perché più soggetta al populismo ed all’individualismo. Voto perché cresca il mio orto e non mi importa se ciò farà seccare tutti quelli attorno e di conseguenza il mio orto dovrà, obtorto collo, sfamare tutti.

  2. Dicevo lunedì che stiamo diventando sempre più statunitensi.

    Sul fatto che la democrazia rappresentativa sia in crisi e possa essere efficacemente sostituita da quella diretta, mi pare si dimentichi l’esperienza frustrante del condominio.
    Estendere quell’esperienza a livello nazionale, significherebbe casino e basta.

    Il fatto che comitati e collettivi la usino, tralascia che questi si formano per aggregazione volontaria (i) e su temi specifici (ii), due cose che l’istituzionalizzazione della democrazia diretta non può comprendere.

    E si dimentica anche che non tutti vogliono e possono occuparsi di quelle cose che deleghiamo quando votiamo. Potremmo volere fare altro, ad esempio dedicarci ad un lavoro o a un mestiere o ad un’attitudine. E senza contare che alcune cose richiedono una preparazione ben oltre quella media (in alcuni casi delle vere eccellenze).

    Il problema della scarsa partecipazione lo poassiamo vedere ben correlato a questioni di reddito e di prospettive.

    Il primo, ben sintetizzato in Una paga da fame della Ehrenreich (http://en.wikipedia.org/wiki/Barbara_Ehrenreich) e da LaVoce.info ore fa (http://www.lavoce.info/archives/31672/il-punto25112014/), che era il motivo per cui ci paragonavo agli statunitensi.

    Il secondo è un problema tutto politico: il massimo della partecipazione alle elezioni c’è stato negli anni del boom, in cui a parte il reddito, c’era l’idea che i figli sarebbero vissuti in un mondo migliore rispetto a quello dei padri; c’era cioè una prospettiva, e quindi un motivo per cui si cercava di influenzare (col voto, appunto) il modo in cui questa prospettiva si potesse realizzare. Sono anni, invece, che non fanno altro che ripeterci che il futuro sarà sempre più merdoso.
    Ci hanno convinto, direi.

    Il problema è che nessuno ci spiega perché mai dovrebbe essere così.

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